Clip generation
Dove si parla di frammenti di contenuto che generano grandi storie, di anni '90, delle playlist dei Mondiali, di Viking Row e degli speech degli allenatori. Contiene slide e video.
Ultimamente adoro fare cose ripetitive.
Il mio maestro di pianoforte dice sempre “fallo 20 volte”. E io non avevo mai fatto una cosa tante volte: ho dedicato un tempo importante della mia vita alla ricerca della creatività, dell’estro, della pubblicazione estemporanea. Del “meglio è nemico di bene”. Ne sono ancora convinto, se quel “meglio” è una scusa per restare immobili. Ma sono arrivato ad una nuova consapevolezza. Per migliorare davvero, come diceva Pia (Amanda Sandrelli) in Non ci resta che piangere bisogna “Provare, provare, provare”. E così ultimamente mi ritrovo a provare accordi, speech, negoziazioni. A rileggere testi, a riascoltare audio, alla ricerca di qualcosa che suoni, incontrovertibilmente, umano.
Trenta secondi alla volta
Viviamo nell'era della clip. Non del programma, non della partita, non del film: della clip. Il frammento ha vinto sul tutto. C'è chi la chiama clip generation: una generazione che non ha mai visto 90 minuti di partita o un film intero, ma conosce tutto per spezzoni. Ha visto Boris a pezzi da trenta secondi, tifa per giocatori di cui ha visto solo gli highlights. La clip è la forma perfetta per la nostra soglia di attenzione, ma pur non chiedendo tempo e impegno, chiede contesto.
La nostalgia è una seducente bugiarda
nota: alla fine di questo paragrafo potrai accedere alle slide del mio intervento e scaricarle!
La settimana scorsa sono stato a We Make Future, portando un keynote sul Nostalgic Marketing in una sala piena di giovani professionisti che hanno imparato il significato della parola Anemoia, la nostalgia di un tempo mai vissuto. E di creativi che di quel tempo e di questo sono il ponte. Loro, non l’IA. Perché come dice Riccardo Falcinelli:
“se non sei colto né riconosci la perla quando ti viene offerta, né vedi il burrone. L’unico modo di gestire la situazione è essere a monte persone colte”.
Il passato è una miniera infinita. Oggi più che mai, perché rimetterlo in circolo non costa niente. Non appartiene più a nessuno: non servono vecchie VHS o repliche in bianco e nero da beccare dopo mezzanotte. Chiunque può riprenderlo, tagliarlo, rimontarlo allo sfinimento da mille angolazioni diverse, e conquistarsi così un pezzettino di attenzione. Minuscolo, magari, ma abbastanza da monetizzare le visualizzazioni.
Se sei Mediaset, lo sai già: uno spezzone di Mai dire Banzai fa più engagement dell’ultimo Pomeriggio 5. Ma basta anche un Indietro Tutta qualsiasi. Perché la distanza che una volta serviva per rimpiangere è crollata: oggi si rimpiange, si recupera e si ricicla persino l’Instagram del 2016.
In esclusiva per te (per la community di L’ho fatto a Posta), ecco lo speech intergrale (grazie a Camilla Mandarino):
Abbiamo creato una specie di centrale nucleare che crea energia rinnovabile (più o meno pulita) in forma di engagement in cui il nocciolo è il bias del sopravvissuto e l’uranio il passato arricchito, per cui microparticelle di film (orrendi), auto (che si guastavano in continuazione) e trasmissioni noiosissime (se prese intere) vengono trasformate, atomizzate, diventano materiale compostabile per nuovi memi, reel e TikTok.
Sporcarsi le mani nei cantieri del proprio tempo
Io non lo so se una volta scesi da questo enorme carrozzone lasceremo davvero qualcosa al di là degli speech, dei libri, dei progetti, dei successi e degli inevitabili fallimenti. Ma so che per me è arrivato il momento di iniziare a chiedermelo. L'anno appena trascorso (per me fine giugno: i WMF - We Make Future segnano una sorta di fiscal year) me lo impone. La depressione, affrontata, dichiarata e superata dello scorso anno, la scomparsa di un amico e punto di riferimento come Luca Conti, ricordato in questi giorni in ogni intervento, le legittime paure che accompagnano ogni progresso.
Questo è stato il WMF dei sorrisi ritrovati, dei discorsi a cuore aperto e della gratitudine. Ho iniziato presentando il libro di Terry Bertelli e ho chiuso accanto a Veronica Gentili, con Terry in prima fila ad ascoltarla e dare senso compiuto alla perfezione che avevo scritto per lei. Ho avuto la fortuna di sedere accanto a Riccardo Scandellari e Rudy Bandiera a parlare di personal branding che dura ed evolve nel tempo. Davanti a un pubblico attento, presente, disponibile ad ascoltare.
Ho visto Leandra Borsci padroneggiare gli stage, ma questo già lo sapevo e mi rende felice. Ho chiesto a Silvia Vazzana di salire per la prima volta su un palco a presentare, perché l'urgenza chiama l'incoscienza e lei sa sempre farsi trovare pronta come tutte le persone de La Content. E io non avevo il minimo dubbio: sono molto più bravi e preparati di quanto lo fossi io alla loro età. Insomma, non lo so cos'è il futuro. Ma di due cose sono certo: che non temo di sporcarmi le mani nei cantieri del nostro tempo; e che ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo. Sta a noi provare, provare e ancora provare.
La playlist dei Mondiali 2026
Ci sono cinque cose che mi affascinano tantissimo di questo Mondiale, e hanno tutte a che vedere con lo storytelling.
Erling Haaland, il SMM di sé stesso. Il posto giusto per capirlo è Snapchat, dove sembra un incrocio tra un ragazzino che ha appena scoperto i filtri e un adulto annoiato che risponde ai followers dal divano: il video in cui assaggia un panino newyorkese in macchina è diventato virale in poche ore, come il suo "Messi is a madman" dopo la tripletta di Leo. Stessa genuinità nel docufilm su YouTube, dove imita (male) l'accento del North Carolina e dice a due passanti di essere il suo social media manager. E nelle interviste, dove ammette candidamente che segna tanto "perché è il mio talento", detto non con arroganza ma come la cosa più ovvia del mondo. L’impressione è che lui e Olise (Francia) si stiano divertendo tantissimo a raccontare questi Mondiali. E noi con loro.
Le canzoni. Questa è la novità più bella e meno raccontata del Mondiale. Il nuovo regolamento prevede che le varie nazionali possano scegliere fino a quattro brani personalizzati da diffondere dopo i gol o momenti chiave della partita: dal riscaldamento al saluto finale. Francesco Oggiano lo ha spiegato su DAZN con la classifica delle canzoni più scelte. Le accoppiate più riuscite sono sicuramente quelle di Wonderwall (ok, facile) con la nazionale inglese e Take Me Home, Country Roads per gli USA. In questo secondo caso, mi permetto di dire che si tratta di una grande trovata. Country Roads non racconta l'arroganza dell'America trumpiana ma l'orgoglio e la nostalgia del "posto a cui appartengo". Quella parte dell'America - direbbe Jovanotti - che assomiglia a me.
Menzione d'onore per la Spagna che sceglie Despechá di Rosalía, spesso presente allo stadio insieme a Penélope Cruz, per festeggiare i gol e sostituire, di fatto, un inno nazionale che non ha parole (ammesso che abbia mai avuto un senso). Guardando questi fantastici rituali collettivi, la domanda che mi pongo da giorni è sempre la stessa: che canzoni avrebbe scelto la Federazione Italiana?
La Viking Row: la Norvegia è una delle cose più belle di questo Mondiale. Non parlo tanto della squadra, che è fortissima, una delle migliori scandinave di sempre, a mio parere più talentuosa della Danimarca campione d’Europa (con 8 partecipanti) e della Svezia terza a USA ‘94, ma dell’identità. Vedere i giocatori norvegesi impegnati, in un tutt’uno con il proprio pubblico (e non solo), nella Viking Row vale molto di più delle giocate di Haaland. In quel rito c’è il senso dell’intero Mondiale. E se mille anni fa i vichinghi remavano verso la battaglia, oggi migliaia di sostenitori compiono lo stesso gesto sugli spalti, inseguendo un sogno molto diverso ma altrettanto ambizioso: guidare la propria squadra fino alla finale, il Valhalla calcistico di tutti i tifosi norvegesi. La sublimazione di un popolo e delle sue tradizioni, la ricerca e la condivisione di un’identità.
La social media house di DAZN. Michele Dalai, Senior Vice President of Content di cui mi pregio di essere amico, e tutto il team di Nicola Frega, Head of Social, stanno facendo un lavoro straordinario. Stiamo assistendo al primo Mondiale che puoi vivere senza vedere una partita. Highlights, clip, contenuti che permettono agli appassionati non solo di essere informati, ma anche di essere ingaggiati. I video iniziano sempre con l'hook giusto, le tecniche di storytelling non sono quelle tradizionali della TV, ma quelle dei nuovi media. Non è solo informazione, è racconto puro. Absolute Cinema.
I discorsi degli allenatori, a fine partita. Avevo anticipato questo tema, quando l'Italia uscì per mano della Bosnia. Nulla contro Gattuso: campione del mondo, ragazzo che si fa da solo prendendo una valigia e andando a vivere a Glasgow a 18 anni. Lontano dalla famiglia, in un Paese di cui ignorava la lingua e con un clima tutt'altro che mite. Il resto è storia, e nessuno gliela toglie. Ma essere allenatori oggi, a questi livelli, vuol dire anche altro. E tra le skill che un coach contemporaneo deve avere, c'è anche quella dello speech. Le TV inquadrano a fine partita gli allenatori (o in certi casi i capitani, vedi Kane) che parlano alla squadra. Per chi è appassionato della materia, si tratta di vere e proprie perle. Il mio preferito è quello di Jesse Marsch, allenatore (americano) del Canada, arrivato per la prima volta agli ottavi di finale: "You Are Canadian Heroes" è il titolo di uno speech di cui sentiremo molto parlare anche lontano dallo sport e da questo contesto.
Io sono Cristiano Carriero, storyteller e fondatore de La Content, e questa è L'ho fatto a Posta, la mia nicchia di lentezza in un mondo che va troppo veloce. Se ti piace questa newsletter, ti chiedo di sostenerla condividendola e commentandola. Per esempio potresti dirmi quali sono le 4 canzoni che avresti messo in playlist per il Mondiale dell'Italia.
Oppure, semplicemente, scrivimi come ti senti e come stai. E se non ti va di scriverlo in pubblico, frega cazzi dell'engagement. Mandami una lettera privata all'indirizzo cristiano@lacontent.it
Ci tengo.
Fa' buon fine settimana.



Che interessante il tuo intervento a WMF grazie per averlo condiviso!
Dal mio punto di vista di GenX che non si caga nessuno (grazie per averlo ricordato) il valore più forte di questo storytelling nostalgia è il Ponte generazionale: rivedere Friends con la figlia sedicenne ad esempio, ma anche avere playlist condivise su Spotify dove si spazia da Contessa dei Decibel (qui grazie al padre dalla cultura musucale sterminata) agli Oasis al suo K Pop. Loro hanno una fortuna immensa: in pochi minuti possono viaggiare nel tempo.
Sempre da gen X quindi decisamente non giovane, il rischio che vedo è quello che il marketing nostalgico ci faccia sentire vecchi, non "maturi" o "eredi di tempi bellissimi" quindi risulti un po' respingente e siccome i soldi in tasca li abbiamo noi più che i genZ ci starei attenta! Grazie sempre molto interessante tutto.