Cosa ho imparato dai miei capi

Lezioni di leadership vere, non sempre a lieto fine, ma comunque molto utili

Sono un collezionista compulsivo di libri, non so se capita anche a te.

La metà li leggo, un’altra (buona) metà li tengo sulla scrivania, speranzoso di poterli quantomeno sfogliare. Ci sono titoli che compro sulla fiducia e, quando ho visto “Il Pessimo Capo” di Domitilla Ferrari, mi sono precipitato a comprarlo.

Di Domitilla avevo già letto “Due gradi e mezzo di separazione”, amandolo. Questo nuovo libro non parla solo di pessimi capi, ma aiuta a trovarne – o esserne – migliori. Mi ha colpito perché io mi interrogo spesso sul mio essere “capo”, parola che già di per sé non amo, e mi chiedo ogni giorno cosa possa fare per essere migliore. Non semplicemente più attento, più disponibile, più comprensivo; non sono queste – o quantomeno non solo, queste – le doti di un buon capo. Senza troppi giri di parole, penso che si tratti di migliorare le persone e la loro carriera. Questo a me è successo con cinque capi, che ti voglio raccontare.

Alessandro

È stato il mio capo in Indesit, mia prima esperienza lavorativa. Nello specifico, si trattava di un tirocinio. Ultimo degli ultimi: stagista dell’ufficio comunicazione e relazioni esterne, laurea in Lettere. Un dead man walking dal primo giorno praticamente. Alessandro – in questa lettera ometterò i cognomi – arriva a metà anno e mi chiama nel suo studio: “Tu sei quello che scrive il giornalino aziendale?”. “House organ”, gli rispondo fiero. “Non serve a nulla, lo sai che il futuro è dei blog? Potresti dedicare le tue attenzioni a un progetto più interattivo”. Qualche mese dopo gli presento l’idea di una piattaforma con delle funzioni molto simili a quello che qualche anno dopo sarebbe esploso con il nome di social network. Non l’ha capito nessuno e, dopo 12 mesi di stage a 500 euro (i 12 mesi spesi meglio della mia formazione, comunque), non mi hanno confermato il contratto. Ma Alessandro mi ha insegnato che a volte vale la pena rischiare pure il culo per un’idea. “Qui non so cosa farti fare, ma vedrai che questa idea tornerà utile”. Credo si chiami visione.

Francesca

Un anno dopo, corono il sogno della mia vita e trovo lavoro in agenzia. Lampone è piccola, più che una advertising agency è uno studio grafico in quel periodo e i clienti latitano. Francesca, la capa, mi dice: “Tu farai l’account”. Io penso: “Bene, basta che lavoro” e già mi immagino i vernissage con i clienti. Poi arriva con un plico alto così – non puoi vederlo, ma insomma alto – di fogli e mi dice: “Questi sono i potenziali clienti da chiamare”. Niente. Nessuno mi dà retta. Sto per mollare. Poi mi torna in mente quell’idea del blog. Tiro su, non so come, un sito internet grazie a un amico programmatore (iniziando a capire il valore delle relazioni: avere sempre la persona giusta da chiamare), lo popolo di contenuti: i clienti iniziano a contattarci. Loro. Incredibile. Francesca mi lascia fare tutto: scrivo, organizzo, incontro, risolvo. Soprattutto risolvo. E mi insegna che vendere non è poi così male. Da lei ho imparato la fiducia e la delega: lascia che siano i collaboratori a trovare il modo migliore per ottenere un risultato.

Marcello

Dopo aver passato sette/otto anni in agenzie di comunicazione tra le Marche e Milano, approdo in una società che organizza eventi. Mica roba da ridere: Velasco, Dan Peterson, Tony Buzan. Alberghi pieni di gente, sale da 1000 posti gremite. Marcello è il capo, anche lui viene dal mondo della vendita (questa sarà una costante per me, io che pensavo che la vendita fosse il male): “Tutti quelli che fanno marketing dovrebbero passare due giorni con i commerciali a provare a vendere i corsi”. Lì per lì quasi me la prendo, a distanza di anni lo cito. L’esperienza, per vari motivi e tutti dipendenti da me, non è felicissima. Ma da Marcello imparo una cosa fondamentale, grazie a una delle sue metafore preferite: la palestra. “Il muscolo non cresce quando fai dieci ripetizioni. Cresce quando fai l’undicesima, la dodicesima e così via”. Si chiama perseveranza. E quando non la vedo, ci resto male.

Lorenza

Quando quattro anni fa ho iniziato la mia collaborazione con ad Mirabilia, ho conosciuto Lorenza. Preparata, lucida come poche, studiosa (non improvvisa nulla, in nessun caso), attenta a tutte le dinamiche: ha interi quaderni di appunti divisi per cliente, “Mi passi per cortesia quel quaderno del 2012 ?”. Potrei dire che da lei ho imparato la meticolosità, ma io non sono – per natura – così preciso. Ossessionato dai dettagli sì, però. Anche se non è questa la cosa più importante che ho appreso da lei, ma la sincerità e la puntualità nei feedback: se è bene, è bene. Se è super, è super. Se è male, è male, con un perché preciso. Piuttosto ti dedica un’ora a spiegare. Prima di incontrarla mi perdevo in giri di parole, ora so che non c’è nulla di più prezioso che dare feedback costanti e migliorativi.

Rosalba

Hai presente quelle persone per le quali tutti, e dico tutti, si butterebbero nel fuoco?A me – e non sono l’unico – è capitato con Rosalba. Credo si chiami leadership. Per lei il concetto di squadra viene prima di tutto, ma non a parole. Sa dare meriti, riconoscere il lavoro degli altri (in privato e in pubblico, se necessario), migliorare le persone. Non conosco nessuno che non sia uscito migliorato dopo aver lavorato con Rosalba. Da lei ho appreso, ma non imparato. Perché il percorso per diventare un capo come lei è ancora parecchio lungo.

Oggi, se sono un capo, lo devo a queste e ad altre persone che ho incontrato lungo la mia strada. L’altro giorno proprio Domitilla mi ha chiesto: “E tu, che capo sei, Cristiano?”. Le ho risposto solo: “Migliorabile”. Perché, in un mondo del lavoro che evolve, non ci si può limitare a un modello soltanto.

Ora tocca a te! Mi piacerebbe che mi raccontassi un tuo capo o, in alternativa, che tipo di capo sei. Puoi rispondere all’email, commentare sotto il post o postare il tuo racconto sui social. Se lo fai, ti chiedo di taggare Domitilla, visto che è stata lei a ispirarmi.

Ne approfitto per augurarti come sempre buon sabato e buon weekend con due consigli: se puoi, vai al cinema a vedere “Tre Piani”. Ho amato il libro, è di Eshkol Nevo, perché nasce da una brillante idea narrativa: descrivere la vita di tre famiglie sulla base delle tre diverse istanze freudiane – Es, Io, Super Io – della personalità. Il film è scritto da Nanni Moretti e sono davvero curioso di capire come l’abbia interpretato.

Last but not least: l’ultimo disco di Caparezza, “Exuvia”, è bellissimo. È passato un po’ in sordina, ma ci sono canzoni (e testi) di assoluta qualità. Come “Campione dei Novanta”.

Festival di Castrocaro
Andò bene, mica tanto
Levati dal cazzo, caro,
Andò bene a Di Cataldo.

Il pezzo parla della rinascita di Caparezza dopo la “morte” di Mikimix, alias da lui utilizzato fino al 1998. Il brano racconta tutto ciò che ha dovuto passare il giovane artista: dall’appassionarsi al rap grazie ai Run DMC all’inizio della sua carriera come Mikimix, con partecipazioni a festival, fallimenti, doveri e obblighi nei confronti delle major.

Caparezza lo racconta con orgoglio, confermando che il fallimento è parte del percorso e che, per diventare quel che è adesso, ha dovuto sbagliare molte volte.

Sì, proprio come te (e me).

Questa è L’ho fatto a Posta e io sono Cristiano Carriero.