La Great Resignation (o lo sfastidio)

Il nuovo mercato del lavoro di fronte alla scoperta – ma va? – che si vive una volta sola.

È un periodo bizzarro per il mercato del lavoro, non so se lo hai notato anche tu. Il post pandemia e la YOLO economy – Yolo sta per You Only Live Once, si vive una volta sola, bella scoperta ma pare che fino a un anno fa pensavamo di essere immortali1 – hanno portato molte persone a riflettere attentamente sul proprio lavoro. Non solo sullo stipendio e sulle gratificazioni, ma in generale sulla soddisfazione o sulla frustrazione, che a volte diventa anche esasperazione. Una cosa è certa, le regole sono state riscritte e le dimissioni sono aumentate. “Lo sfastidio è grande sotto il cielo”, scrive Corinna De Cesare in questo articolo per il Corriere Della Sera, in cui parla della Great Resignation, termine coniato da Anthony Klotz, professore di Management alla Mays Business School del Texas, per raccontare quello che sta succedendo soprattutto negli Stati Uniti con un record di dimissioni registrate a marzo 2021.

30enni vs 40enni

Sfastidio è un temine piuttosto colorito, ma molto azzeccato per definire il momento. Sono tante le persone che lasciano un lavoro sebbene non abbiano la certezza di averne un altro; senza generalizzare troppo, possiamo dire che il grande cambiamento riguarda soprattutto due fasce: i trentenni e i quarantenni. I primi stanno attraversando il momento più difficile. Non sono quelli della Generazione Z, cresciuti con un’idea molto più liquida del lavoro, ma i Millennials che si aspettavano, a questo punto, di avere uno stipendio giusto e un lavoro gratificante – non necessariamente in quest’ordine – e che invece, fuori dalle finte classifiche di Forbes, stanno ancora cercando una propria collocazione all’altezza delle aspettative (loro e dei loro genitori). A molti il post pandemia ha portato una nuova e a volte inaspettata opportunità: la grande occasione non più rimandabile. “Se non lo faccio adesso, quando lo faccio?”, mi ha detto la mia amica Valeria, messa di fronte alla scelta di accettare un ruolo di alta responsabilità in una grande azienda, che la porta a uscire di casa alle 8 e tornare alle 9 di sera. Sono d’accordo con lei, a trent’anni anni si fa.

Io invece di anni ne ho quaranta (passati, ma non ditelo a nessuno) e mi trovo in una situazione molto diversa, come molti miei coetanei. Rispetto ai miei genitori, sento di aver lavorato la metà del tempo, ma al triplo – a essere ottimisti – dell’intensità. Non credo sia il momento di rallentare, ma di “definire” sì. Oggi i quarantenni sanno che possono prendere decisioni più coraggiose rispetto a quelle dei loro genitori. Alcuni abbandonano le grandi città tornando a casa2, altri chiedono di avere meno responsabilità, chi si è posizionato bene può anche scegliersi i clienti. Al di là del mio caso, è interessante ascoltare come molti miei coetanei, con ruoli prestigiosi in azienda o in agenzia, stiano pensando di tornare indietro. Non si tratta di mollare il lavoro e aprire una partita IVA, ma a volte semplicemente di scegliere progetti ambiziosi più a misura d’uomo (e di donna, ovviamente).

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Talenti a parametro zero

L’altro giorno riflettevo con il mio amico e socio Alessandro su quanto sarebbe utile applicare al mercato del lavoro le stesse regole che ci sono per gli sportivi, nello specifico per i calciatori. Lo so, attirerò le antipatie dei sindacalisti e sono pronto, ma sarebbe molto interessante se il mercato diventasse davvero “mercato” e premiasse le aziende che scovano talenti e formano professionisti. Ti faccio un esempio: se io investo su una risorsa quando ancora studia e la aiuto a diventare brava, perché non dovrei ricevere un indennizzo nel momento in cui attira le attenzioni di una grande azienda? Questo permetterebbe alle piccole imprese di investire davvero sulle risorse e attuare una politica di monetizzazione. I professionisti potrebbero firmare contratti di due, tre o cinque anni, rinnovarli o portarli a scadenza per liberarsi gratuitamente e andare a firmare per un’altra impresa: quello che nel calcio si chiama “parametro zero”. D’altronde, chi fischia Donnarumma lo fa anche perché lui, andando a scadenza e consapevole del proprio talento, ha sistemato le sue prossime dieci generazioni.

Dalla Fomo alla Jomo

È stata anche la settimana del Facebook down. Al di là delle perdite dell’azienda di cui poco ci interessa, è stato un momento molto interessante sociologicamente. Quando pensavamo che fosse un problema solo nostro, siamo andati nel panico; quando abbiamo capito che era di tutti, sotto sotto abbiamo sperato durasse molto più a lungo. Il motivo? Abbiamo sentito solo le persone che era necessario sentire. Vuoi con una telefonata, vuoi con un SMS (chi ne conosceva l’esistenza), vuoi con Telegram, che come Twitter sembra destinato a tornare in auge solo in questi momenti. Tutti gli altri contatti li abbiamo messi in stand-by.

Ora, sarebbe bello poter mettere in stand-by più persone possibili, ma questo si ricollega al discorso di cui sopra: è principalmente una questione di posizionamento e di abitudine (nostra e degli altri) e di stimoli positivi e negativi; per cui ti invito a fare un esercizio semplicissimo: quanti messaggi, in percentuale, tra quelli che ricevi in una giornata trovi fastidiosi? E quali nello specifico? Inizio io:

  • Puoi chiamarmi un attimo? Sì, posso o forse no. Ma sopratutto mi vuoi dire perché devo chiamarti? È stato rapito un amico? È crollata la Borsa? Già siamo una generazione di ansiosi, non è che potresti evitare di mandarmi dall’analista anticipandomi il tema?

  • Hai un nuovo messaggio vocale. Idem: se per cortesia mi scrivi anche solo “focus: evento di stasera”, io evito di morire di tedio.

  • Ciao Cristiano. E poi stop. Un lungo silenzio in attesa di una risposta che ha volte non arriva. Oggi ho scoperto un “Ciao Cristiano” del 2013, chissà cosa voleva dirmi Giulio. Ciao anche a te, tutto a bene a casa, tanto so che è una sola, non aspettare il mio “Ciao Caro, come stai”, perché se tutti fanno così sono altri 4000 messaggi in più in una giornata. Potresti dire: “Ciao Cristiano, spero tutto bene, ti volevo dire che entro stasera ti mando il pezzo. Buona giornata”. Magari tutto in un unico messaggio sennò divento epilettico.

  • Quando ti posso disturbare? E se mi devi disturbare, ti direi tendenzialmente MAI.

  • Ti volevo parlare di un’idea. Fico, però se me la anticipi già, mi fai venire voglia di ascoltarla o forse di scappare. Penso più la seconda.

Sono solo esempi di quanto possa farci esasperare questo continuo scambio di chat che, per di più, non ha un orario definito e ci distrae da quelle attività che realmente contano. Ci tengo a dire che io sono tutto meno che un nemico di WhatsApp – per me chi non usa le spunte blu è un ladro o una spia – né tantomeno di Facebook e Instagram, che adoro. Però sto lavorando molto sulla mia FOMO e devo dire che sono a buon punto per passare dalla Fear Of Missing Out – qualora ti stessi chiedendo cosa sia – alla Joy Of Missing Out.

Così definirei il down di questa settimana: la gioia di essere tutti tagliati fuori. O più semplicemente: mal comune, mezzo gaudio.

Fa’ buon weekend e prova a tagliare un paio d’ore ai social per dedicarle ad altro. Se la newsletter ti è piaciuta, puoi condividerla o inoltrarla a un amico o a un’amica. Anzi, te ne sarei proprio grato.

Io sono Cristiano Carriero e questa è L’ho fatto a Posta.

P.S. Siccome ci deve essere sempre un PS, volevo dirti che sta per partire il corso di Storytelling e scrittura de La Content. Mi hanno detto che non bisogna essere troppo markettari, per cui mi limito a segnalarti che, se leggi il programma, ti iscrivi sicuro. Per te che sei arrivato a leggere fino a qui, c’è uno sconto. Basta che mi scrivi “Mi sono sorbito tutta la tua newsletter” nell’oggetto.

1

A proposito di immortalità e Yolo economy, ti consiglio di guardare la serie Nove perfetti sconosciuti su Amazon Prime Video. Ne abbiamo parlato anche su La Circle, nel nostro Serie Club.

2

Il post della mia amica Ilenia Caito – aka La libraia Misteriosa – spiega la scelta di lasciare Milano per tornare a vivere nella sua (nostra) Bari.